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domenica 29 agosto 2021

29 agosto 2020: contro ogni previsione





29 agosto 2020: contro ogni previsione siamo sul volo con destino Londra. Dopo mesi di sì e di no e ancora no e poi forse sì, e poi chissà, increduli Thomas e io, avevamo superato tutti gli ostacoli. E non erano pochi: il lungo lock-down imposto dall’infuriare della pandemia; lo sconcerto, lo sgomento e l’incertezza derivati da una situazione che aveva dell’incredibile, ma che andava assumendo contorni sempre più cupi; l’adattarsi della vita quotidiana alle paure, alle restrizioni, alle nuove modalità di lavoro.

Poi il sospiro di sollievo per la fine della quarantena, i tentativi di ritorno e riadattamento a una vita quotidiana all’insegna di una nuova normalità. E, last but not least, la convulsa ricerca - in corso contro il tempo - di acque abbastanza fredde (-16 gradi) dove fare la “6 hours swim qualification” per la traversata della Manica; la faticosa ripresa degli allenamenti, e il loro nuovo stop, questa volta dovuto ad un’otite che mi scartavetrava l’orecchio fino a farmi perdere l’equilibrio. E poi ancora le mille piccole cose da organizzare: dal B&B da prenotare; al feeding plan da preparare, tra mille dubbi; la lista delle cose da portare (controllata, aggiornata, ricontrollata decine di volte) e in mezzo a tutto questo il lavoro da portare avanti (scadenze, urgenze, emergenze) e la famiglia da sostenere. E ancora le confabulazioni con Thomas ma con che mezzo partiamo? Auto? Volo? Scegliamo l’auto. Ma … coup de théâtre: durante il mese di agosto i contagi hanno ripreso a salire, soprattutto la Francia registra un’impennata di casi. La Gran Bretagna man mano chiude le frontiere, con Francia e Belgio e Olanda. Nuova incertezza: le autorità inglesi autorizzeranno la traversata verso la Francia? Scambio di e-mail con il pilota e con la CS&PF. Attesa. Poi l’ok: sì è autorizzata a condizione di toccare il suolo francese e ripartire immediatamente senza aver avuto contatti con nessuno. Nuove verifiche delle procedure di ingresso COVID: al momento l’Italia non è nella black list dei paesi che subiscono restrizioni dalla Gran Bretagna.

Sospiro di sollievo. Si può viaggiare e allora via, via subito. Vista la volatilità degli eventi, anticipiamo la partenza prima che capitino altri imprevisti. Ecco siamo in volo. La parte finale della grande avventura, dopo due anni di preparazione, ha inizio. A Dover, solo pochissimi nuotatori sono riusciti ad arrivare, i più hanno desistito o non ce l’hanno fatta. Dei quattro slot assegnati nella mia finestra temporale (2 -7 settembre), mi presento solo io. E sarà la mia fortuna: uno solo sarà il giorno buono per traversare. Il 6 settembre. Dopo mesi febbrili, mi è scesa una calma nell’animo. Una calma di quelle in cui senti che ogni cosa diventa tua, e non c’è spazio per la paura. Sono padrona del destino, sono al di  del recinto, innanzi a me si spalanca distesa del possibile. Eccomi sono pronta.


sabato 28 agosto 2021

Il periplo di Levanzo (22 agosto 2021; 12km; 4h27min)





- Davidù, quando lo facciamo il periplo di Levanzo?

- Quando scendi qui in Sicilia.

- Davidù, quest’anno scendo.

- E quest’anno lo facciamo: lo facciamo con Dado che conosce bene Levanzo e tutte le sue correnti e ha la barca (autorizzata) che ci può seguire.

- Davidù il 21 agosto alle 00,30 arrivo a Catania.

- …e il 22 alle 7:30 hai il traghetto per Levanzo.

- Davidù ma non possiamo posticiparlo di qualche giorno?

 - No, nein, niet. Vèni e non fare storie.


E così, dopo aver preso – in meno di 24 ore - un’auto, un aereo, un treno, due corriere, una vespa ed un traghetto, il 21 agosto sono finalmente a Levanzo (la più piccola delle isole dell’arcipelago delle Egadi): insieme a Davide, Dado e 8 nodi di vento Grecale NNE (che col proseguire della giornata salirà fino a 12 nodi).

Alle 9:00 siamo a Cala Dogana (ossia il porto di Levanzo), carichiamo gli zaini sulla barca d’appoggio, pilotata da Alessandra con Adele a fare assistenza Alle 9:30 entriamo in acqua e giriamo in senso orario. 


Dado e Davide pronosticano: sarà dura fino a Capo Grosso (ossia circa i primi 8,5km sui 12km che dobbiamo percorrere). 

Infatti, subito dopo il Faraglione e la Grotta Marina del Buco (con breve sosta per visitarla, passando sotto l’arco), la corrente contraria inizia a farsi sentire. Superata la Punta del Genovese, nuotare diventa sempre più impegnativo: si alzano le onde e la corrente si fa sempre più forte. Tra Cala Tramontana sino a Capo Grosso, nuotiamo in mezzo a branchi di lecce e barracuda, che ci passìano di sotto seguendo al corrente. Noi, invece,  proseguiamo sempre in direzione ostinata e contraria (alla corrente). 

Ciononostante, andrebbe anche tutto bene se non fosse che ho sottovalutato il feeding, portando con me sono una borraccia con dell'acqua e un po’ di maltodestrine. Inevitabilmente  arrivano i crampi e nuotare si fa sempre più difficile: un po’ di sgraniamo e un po’ ci ricompattiamo e poi di nuovo ci sgraniamo. 


Capo Grosso è percorso da forti correnti e onde che si rincorrono e ci rimescolano (anche lo stomaco). Serve pazienza. E ottimismo. E cercare di fare attenzione, alla bracciata e alla gambata e ai crampi in agguato. Davidù lotta contro il mal di mare. Ma il peggio è passato: le onde ci spingono avanti e da Cala Calcara, il mare è una benevola distesa blu. Pare un nastro velluto.  E io mi ci infilo e mi sfilo e mi ci rinfilo. Una bracciata via l’altra. E nuotare è una Grazia. 

A Cala Minnula, Dado ci indica la Punta S. Leonardo: 

- Dopo quella punta ci siamo! 

Galvanizzati dalla prospettiva dell'agognato arrivo aumentiamo il ritmo, arriviamo a Cala Fridda e già si vedono le case di Cala Dogana: attraversiamo il porto ed arriviamo esattamente al medesimo masso da cui eravamo partiti 4 ore e 27 minuti prima. Un bagnante tra l’incredulo e lo stupefatto chiede:

- Da dove arrivate?

- Da qui!

- Sì, ma da dove siete partiti?

- Da qui!

Non ci crede e si allontana scettico scuotendo la testa.

A noi invece non resta che festeggiare con pane cunzatu e brioscia con gelato prima che il traghetto ci riporti a Trapani e poi – per me – via col percorso inverso: vespa-corriera-corriera-treno fino alla mitica Fondachello beach per 48 ore ancora di mare di Sicilia, prima del ritorno alla città della semilanuta.




venerdì 20 agosto 2021

Fuori Linea #12 - Guerra (La guerra, quannu veni, veni pi tutti...)

 

Fuori Linea #12  - Guerra (La guerra, quannu veni, veni pi tutti...)



Nel 1936, la bella Trinacria che caliga tra Pachino e Peloro, era stata promossa dal Dux in persona a “Isola imperiale”. Non più, dunque, remota periferia del Regno ma nodo strategico dell’Impero, ponte essenziale tra Italia e Africa.

- Amen.

Disse tra i denti Mariano Previtera, mentre lo portavano in gattabuia, per assicurarsi che capisse meglio le belle parole gridate dal Duce innanzi alla folla acclamante del Foro Italico di Palermo, il 20 agosto 1937: 

- La Sicilia è fascista fino al midollo!

Le folle osannavano e Mariano sorseggiava olio di ricino. Da un imbuto di ferro. Legato ad una panca. Era il modus operandi degli uomini imperiali: un abbinamento ben “oliato” di repressione, sapienza tecnica e violenza. Con la Sicilia al centro: luogo di sperimentazione e messa a punto di vari stati d’eccezione, che sarebbero tornati utili. Più avanti. Durante la guerra.

E’ cosa cognita che la guerra fu proclamata il 10 giugno 1940.

- Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nera della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate! L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili.

Fu altrettanto cosa cognita in paisi che Mariano Previtera, sapute le belle parole del Dux, predisse a su frati Niccolò:

- L’ura signata dal destino, insieme alla guerra, batte anche la fine del fascismo e del suo puparo.

Nella terra della recchia di Dioniso, tutti i muri hanno orecchi e Mariano si fici un altro giro di belle bastonate in gattabuia: pirchì faciva sempre bene insegnare ai comunisti scomunicati come stare al mondo.

Ma Mariano ci inzertò: nella notte del 10 luglio 1943, alle ore 2,45 l’ora segnata dal destino batté sulle spiagge dell’ (ex) Isola Imperiale, l’inizio della fine della mala segnoria.

Era l’Operazione Husky: gli Alleati avanzavano; l’esercito italiano si disfaceva; le truppe germaniche lentamente si ritiravano; i siciliani sfollavano.

Mariano Previtera con la sua famiglia sfollò nella campagna alle pendici l’Etna. E mentre sua figlia Sarina – in segno di festa agli aerei dei liberators che li bombardavano - sventolava dalla cima di un albero uno straccio colorato, su figghiu Turiddu si portò appresso una bionda testa forestiera: era un giovane soldato tedesco, quasi suo coetaneo, impegnato nelle manovre di ritirata dell’Operazione Lehrgang, che aveva attestato una linea difensiva – contro gli inglisi di Montgomery -  intorno all’Etna.

Erano amici. Uno parlava in siciliano, sottolineando concetti con ampi gesti delle mani, l’altro rispunniva compìto solo in lingua germanese. Turiddu faceva doni di frutta fresca, il Tidisco ricambiava con fette (immangiabili) di schwarzbrot. Mariano Previtera ne ebbe pena ed escogitò un piano. Che era semplice e si divideva in due parti: alla ripresa della ritirata dei germanesi, loro l’avrebbero ammucciato in cantina, e questa era la parte prima; il Tidisco all’arrivo dei liberators si sarebbe arreso, e questa era la parte seconda.

Difficile era spiegare il piano al giovane Tidisco, ancora più difficile era convincerlo. Si sa i germanesi tengono la capa tosta.

Ma Mariano Previtera non si perse d’animo, armato di pazienza e forza dialettica appresa in anni di frequentazione del Partito Comunista d’Italia, passò una notte intera a ragionarci, col Tidesco.

- “Ju t’ammuccio, ccà intra”, spiegava facendogli vedere la cantina, “Tu stai ccà, mutu, non ti catamini, mi raccumannu mutu statti”

- “Nein, nein, verboten”, ripeteva – stolido - il Tedesco.

- “Mariano”, lo supplicava sua moglie Santina, “lassalu ire, si lu trovano c’accidono tutti”.

- “Santina”, rispondeva Mariano, “Ma lo spiasti bono? Chistu povero cristianuzzu in ‘sta guerra mori. Sicuro chi mori. Teni l’età di Turiddu. A sò matre non ci pensi?”

- “Ich muss gehen”, riprendeva il Tidesco, che intanto però irresoluto non si cataminava da lì.

- “Tu t’ammucci e quando arrivano gli inglisi, t’arrendi. Nesci fora con le mani alzate”, riprincipiava Mariano alzando le mani per farsi meglio comprendere.

- “Desertiren verboten”, rispondeva i Tidisco che aveva compreso bene il piano.

- “Ccà dintra sicuro è che non ti trovano”, insisteva Mariano.

- “Die Deserteure erschießen sie”, pam pam, mimava il Tidesco per sottolineare il concetto.

 “’Nzè, tu t’arrendi con le braccia alzate e gli inglisi non ti sparano”, rispondeva Mariano, che non era sicuro di aver ben capito, le parole del Tidisco.

- “Nein, nein, sie töten mich”.

-“’Nzè, nun t’accidono”.

- “Nein, nein”

Ragionarono così fino all’alba.

- “Testa di chiummo, teni ‘sto Tidisco”, disse Turiddu, guardandolo allontanarsi.

*

Il generale Hans-Valentin Hube, preso il comando delle forze dell’Asse, riuscì a far evacuare le sue truppe dalla Sicilia in una lenta sanguinosa criminosa ritirata lungo la Penisola. Il 17 agosto 1943, con l’arrivo della VII armata statunitense del generale Patton a Messina, seguita dall’VIII armata britannica del maresciallo Montgomery si conclude l’operazione Husky: una delle più imponenti operazioni anfibie della II Guerra Mondiale decisa durante la conferenza di Casablanca del 14 gennaio 1943, con l'obiettivo di aprire un fronte nell'Europa continentale (la c.d. Fortezza Europa). La divisione tedesca Göring e quella italiana Livorno, impegnarono le forze alleate in due durissime battaglie, nella piana Gela e sul fiume Simeto.

Complessivamente, la liberazione della Sicilia durò 39 giorni e fece più di 22.000 vittime tra le forze Alleate (tra morti, dispersi, feriti e prigionieri). Gli italiani contarono oltre 4.500 morti, 36.000, dispersi, 30.000 feriti e 116.000 prigionieri; mentre i tedeschi ebbero circa 26.000 perdite (tra morti, dispersi, feriti e prigionieri). Non si contano poi le uccisioni, gli stupri e le razzie a danno della popolazione civile da parte di tutte le forze in campo. Il giovane Tidisco venne inghiottito dalla Storia e di lui si perse ogni traccia.

***

Fonti storiche:

Antonio Blando, Intellettuali siciliani fascisti e antifascisti, in AA.VV., I siciliani nella resistenza, Sellerio, 2019, p. 285.

Vittorio Coco, Siciliani a Salò – Funzionari, politici e burocrati nella RSI, in AA.VV., I siciliani nella resistenza, Sellerio, 2019, pp. 278-279.

http://www.museosicilia1943.it/site/sicilia-1943/

martedì 17 agosto 2021

Due ruote in libertà da Amsterdam a Bruges (4 -11 agosto 2021)

 

 




Gli uomini sono interi nella loro intenzionalità.

Ciò che è interessante in un soggetto non è quello che fa,

è il modo in cui facendo abita il mondo.

(Bernard-Hénri Levy[1])

 

Via. Via, via da qui, in fuga dallo spazio ristretto che il biennio pandemico ha incurvato sugli orizzonti, fisici e mentali, di Milano trasformatasi in una città minerale e astratta. In fuga dalla paura e dall’odio che la paura genera. In fuga dalle giaculatorie da fine del mondo, dalle fandonie di minorati no-vax, ni-vax, pro-vax, dai plausi allo stato d’emergenza permanente. In fuga dall’oscurantismo. E in fuga dallo scientismo.  In fuga sì, ma col green-pass, passaporto aggiuntivo alla libertà.

La fuga è programmata in solitaria e con un mezzo pesante, ma a due ruote. Una solida bici olandese – da me rinominata Bonadur un omaggio a Bonaventura Durruti - che mantiene quel che promette: portarti a destinazione facendoti pestare duro sui pedali. La destinazione è Bruges, o Brugge, o ancora la Venezia del Nord, la città di Zenone in fuga dall’inquisizione e alla ricerca di sé stesso.

La partenza è fissata da Amsterdam – che se ne impipa alla grande di green pass e mascherine - la mattina del 4 agosto. In mezzo ci sono circa 400 km e 6 giorni di reticoli di piste ciclabili da percorrere a ruota libera.


In tasca, come guida, “Le città invisibili” di Calvino[2], che per prima cosa mi ricorda che Amsterdam è un “semicerchio rivolto a settentrione, coi canali concentrici: dei Principi dell'Imperatore, dei Signori”…sarà che non sono Messer Marco Polo, ma tra i canali concentrici perdo subito l’orientamento. Controllo la mappa, rifiutandomi di ricorrere all’aiuto del GPS, altrimenti ….i xè boni tutti. Così inizio a girovagare per Amsterdam centro e poi Amsterdam periferia, e poi ancora più in là e alla fine non so dove sono e quello che è segnato sulla mappa sembra non coincidere mai con il luogo in cui mi trovo.

Ma sono graziata dal dono della libertà dell’istante (hic et nunc) fatto di momenti di spassionata osservazione del paesaggio, di distacco da paure da sedare e dai bisogni da soddisfare. In quest’uscita dal mondo della routine per entrare nel mondo in plein-air, pedalando tra intrecci di canali trovo, perdo e ritrovo la mia strada decine di volte, sino ad arrivare a Gouda. 

Ufficialmente, circa 80 km dopo, anche se, di fatto, non ho alcuna certezza: presa da eroici furori ho deciso di non utilizzare aggeggi elettronici che contano chilometri, calorie e incitano a far meglio. Del resto proprio a Gouda, mi imbatto nel monito “Per Aspera ad Astra” e scambio due parolette con (il busto di) Desiderius Erasmus Roterodamus, che qui (forse nacque e) studiò, il quale per prima cosa mi rammenta di non fare mai “alcun conto di quei sapientoni che vanno blaterando”, né di curarmi di “coloro che a mo’ delle sanguisughe mostrano due lingue[3].

E così discettando, con Erasmo: se “chi odia sé stesso come potrà amare qualcuno?”; …se “chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d'accordo con altri?”; …se, “potrà, chi è sgradito e molesto a sé stesso, riuscire gradevole ad un altro?”. Rassicurata poi di “con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia[4], il 5 agosto pedalo via da Gouda sotto un cielo mutabile più dei miei pensieri.



Per 60 chilometri vengo sferzata dal vento, infradiciata dalla pioggia, asciugata dal sole, insieme a qualche migliaio di anatre, aironi, cigni, farfalle, mucche e pecore. Nel frattempo mi perdo, mi ritrovo mi riperdo, vengo salvata dall’ennesimo smarrimento da due gentiluomini olandesi in bicicletta (che mi accompagnano a vedere i Mulini di Kinderijk, che sono così belli che l’UNESCO li ha posti sotto la sua tutela) e minacciata da un cigno piazzato in mezzo a una stretta ciclabile che si ostina a non lasciarmi passare. Nonostante il vento e la pioggia scelgo, tra le varie alternative, il percorso più lungo che si allunga ancora di più causa interruzione della ciclabile per lavori in corso. Interruzione che sarà causa di ulteriori smarrimenti e ritrovamenti, sino ad arrivare a Papendreck.

La mattina del 6 agosto lascio Papendrecht di buonora, prendo il ferry-boat arrivo ad una Dordrecht ancora addormentata. Dordrecht è così fascinosa che continuo a girarla e a rigirarla, fino a quando si sveglia apre i negozi, inizia a riempirsi di genti, di rumori e allora via, via ancora in fuga. Scortata, questa volta, da un vecchio ciclista olandese che quando mi ha visto esaminare perplessa la mappa ad un crocicchio si è offerto ad accompagnarmi sino al ferry-boat successivo.

E così eccomi nel Biesboch National Park, una fitta rete di fiumi, canali e ruscelli e isole fluviali, collegate da ciclabili disseminate di birdwatching (si possono osservare martin pescatori, aironi, garzette, le immancabili anatre e, se si ha fortuna, le aquile di mare dalla coda bianca…ma io non ho avuto questa fortuna). Il parco è noto per essere uno dei pochi bacini d’acqua dolce in Europa soggetto alle maree. Ancora una volta abbandono le mappe e mi metto a scorrazzare in libertà per il parco e dopo tanto firriare sui pedali arrivo al successivo ferry boat. Attacco subito bottone con una coppia di francesi e visto che abbiamo un pezzo di strada in comune da fare proseguiamo insieme per una decina di chilometri. Salutati i francesi mi aspetta l’ultima dozzina di chilometri ed io inizio a preoccuparmi perché si sta facendo tardi e, soprattutto, perché vengo investita da un vento fortissimo araldo di un fortissimo temporale. Tutto si fa scuro, mentre pedalo controvento sotto una pioggia battente, con gli occhiali appannati, sperando di non essermi infilata nella ciclabile sbagliata e chiedendo a Bonadur:

- Ma che ci faccio io qui? Eh che ci faccio?

Quando finalmente faccio il mio ingresso, con un’aria tapina e ruscellando acqua di dosso, nell’hotel di Willemstad, mi sorridono e mi dicono:

- Welcome to the crazy Dutch weather.

- Yess! Welcome! Anche quest’altra sessantina di chilometri è andata e ora non mi resta che asciugare le scarpe zuppe col phon ed esplorare la città fortificata a forma di stella dedicata a Willem I of Orange (in italiano Guglielmo I d’Orange, detto anche il Taciturno[5]), dopo il suo assassinio.



La quarta tappa mi dovrebbe portare al piccolo villaggio di Schuddenbeurs. Procedo dritta verso la meta, resistendo dal deviare il percorso, inseguita dagli acquazzoni e come sempre controvento. Ma poi accade che mi fermo a raccogliere le more e a annusare fiori di campo e la nuvolaglia scura mi raggiunge prontamente sferzandomi addosso vento e pioggia. Così riparto in sella a Bonadur, la quale forte della sua pesante stazza, rimane indifferente a tutte le raffiche di vento che sopraggiungono laterali e a strappi rabbiosi. E così, questa volta la tappa è breve: una cinquantina di chilometri e sono già arrivata. Parcheggio Bonadur al sicuro e passeggio a lungo in un bosco (in un’alternanza di sole, vento e l’immancabile pioggia) accompagnata da un cane con il quale discetto sull’ hisbodedus, il ripiegamento solitario su sé stesso.

Lunedì 9 agosto, lascio anche Schuddenbeurs, sotto un cielo incerto. Le mappe consigliano di prendere il ferry-boat, ma opto per la strada più lunga che attraversa il Parco Nazionale di Oosterschelde. Il parco è un universo di acqua, vento, mare e maree, in lontananza vedo i lunghi ponti delle dighe. Il mare e popolato da foche e focene e sorvolato incessantemente da gabbiani e anatre, sorvegliato da oche battagliere (più di quelle del Campidoglio) che mi inseguono starnazzando lungo una ciclabile solitaria lastricata da ostriche frantumate dalla caduta che gli riservano i gabbiani dopo averle ghermite, portante alte in volo e lasciante cadere al suolo per poi banchettare. Io spero solo che le ruote di Bonadur non vengano ostracizzate come Ipazia e continuo a pedalare sotto un vento che dopo avermi spinto avanti leggero ora mi si para contro come un muro. Sui ponti delle dighe riprende la pioggia e avanzo solo per virtù di testardaggine. Del resto, mi dico, mi trovo nella provincia dello Zeeland, ossia delle terre del mare, e acqua e vento qui sono a casa loro.


E così mentre mi arrivano echi di notizie sempre più drammatiche dal mondo di fuori: terre infuocate, guerre, profughi, e ancora contagi, chiedo ad un gabbiano che mi segue curioso, se l’umanità è ancora in tempo ad azionare quei freni di emergenza della Storia di cui parlava Walter Benjamin.

La risposta se l’è portata via il vento e con mille domande che mi si affollano in testa giungo anche nel capoluogo dello Zeeland: Middelburg (dopo una sessantina di chilometri buoni dalla partenza).

10 agosto: ultimo giorno di viaggio! Sono impaziente di arrivare a Bruges. 


Ho scritto al mio professore di Estetica del mio viaggio e mi ha risposto ricordandomi che “Bruges la morta”[6] è il titolo di uno dei libri più famosi ambientati a Bruges (o, in fiammingo, Brugge). Per me, però, Bruges rimane (letterariamente parlando) legata al personaggio di Zenone de L’opera al nero della Yourcenar[7] (dal libro è stato tratto anche un film con un’interpretazione magistrale di Gian Maria Volonté).  Sulle orme di Zenone visitai Bruges per la prima volta nell’agosto 1989 come penultima tappa di un viaggio in Inter-rail (l’ultima tappa sarebbe stata Parigi che festeggiava il bicentenario della Rivoluzione Francese) e che mi aveva portata a girovagare per mezza Europa, compresa una deviazione improvvisata a Budapest che allora era oltrecortina e complicata da raggiungere. Quel viaggio, con i suoi incontri, avrebbe cambiato per sempre la traiettoria della mia vita. Ma allora non lo sapevo e borbottavo lamentele e proteste sotto il peso dello zaino affardellato di scatolette di tonno del mio compagno di viaggio (che, dopo aver stipato il suo, aveva inopinatamente riempito anche il mio).


Bruges, quindi. In cammino, ma in bicicletta, per vedere se alla fine come Zenone potrò anch’io dire: Hic Sabrin. Me stessa.

Mancano gli ultimi 70 chilometri e Bonadur, dopo il passaggio sul ferry-boat che mi trasferisce dall’Olanda al Belgio, procede gagliardo, tra mare, canali, boschi. Bruges è vicina. Ma io allungo il viaggio. Mi allontano e poi mi riavvicino, per poi prenderla alla larga e alla lunga e infine arrivare a Bruges sotto un sole glorioso. Il viaggio a ruota libera nel vento è finito e la bicicletta si conferma metafora del disequilibrio infinito riparato in extremis[8]

 




Piccola appendice

Amsterdam - Bruges in bicicletta in solitaria secondo il sior Peron:

- Ciao papá sto facendo un giro in bicicletta da sola parto da Amsterdam e voglio arrivare fino a Bruges…

- Si, ma véto in salita o in discesa?

- Come in salita? Ma, ma … nei Paesi Bassi non ci sono salite.

- Non ghe xé salite?

- No, no li ho scelti proprio per questo.

- Aah, ma alóra basta dirlo che no ti si gnanca bóna!

- Come no?

- Ma ‘sta casa! Si no ti si bóna ‘sta casa.

- Ok, ok ti richiamo domani quando ho finito la tappa.

- Ma la tappa de doman xéa in salita? Se no …’sta casa.

Auguri

papà che ogni volta rintuzzi la mia hybris con due (due) parole






[1] Bernard-Henri Levy, Il virus che rende folli.

[2][2] Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori Editore.

[3] Erasmo da Rotterdam, L’Elogio della Follia, Feltrinelli.

[4] Ancora Erasmo da Rotterdam, L’Elogio della Follia, Feltrinelli.

[5] Guglielmo I d’Orange  guidò la liberazione dei Paesi Bassi dalla dominazione spagnola: https://www.treccani.it/enciclopedia/guglielmo-i-principe-d-orange-conte-di-nassau-detto-il-taciturno_%28Enciclopedia-Italiana%29/

[6] Georges Robenbach, Bruges la morta, Fazi Editore

[7] Marguerite Yourcenar, L’opera al nero, Feltrinelli

[8] David Le Breton, A ruota libera – Antropologia sentimentale della bicicletta, Raffaello Cortina Editore